Ané

Ané viveva in un piccolo villaggio di anemoni gialli adagiato sul pendio esposto al sole e al vento di un’alta montagna. Lei amava gli abitanti del villaggio: gli anemoni grandi, le cui radici erano sopravissute a molte stagioni, e anche i suoi coetanei, quelli appena sbocciati come lei, soprattutto i più piccoli, spuntati dopo di lei, ancora in bocciolo. 

Il giorno che Ané aveva aperto per la prima volta i suoi petali, un raggio di sole aveva inondato di luce la sua corolla che sembrò diventare d’oro. Lei aveva sentito forte il desiderio di crescere e innalzarsi fino a raggiungere la fonte di quella luce e calore per abbeverarsene e per rifletterla sugli altri, come un altro piccolo sole. Non capiva come ciò sarebbe potuto accadere, ma il suo cuore le assicurava che non era una cosa impossibile. 

Amava molto la più anziana del villaggio, un anemone dalla corolla ormai un po’ sbiadita, che era per lei come una nonna. Stava volentieri vicino a lei anche perché sapeva raccontare antiche storie e leggende della montagna che la facevano sognare. 

Ané era simile a tutti gli altri anemoni ma si sentiva anche un po’ diversa. 

Qualche volta di notte, dopo che tutti avevano chiuso le loro corolle, lei socchiudeva i suoi quattro petali d’oro e guardava il cielo stellato: era affascinata da quell’ immensità punteggiata di mille e mille stelle che si muovevano lente ad arco nel cielo. 

Anche di giorno Ané guardava in alto e le sue compagne la prendevano un po’ in giro dicendo che aveva la testa nelle nuvole. Lei però non guardava le nuvole  guardava oltre, all’azzurro infinito, attratta da qualcosa che neppure lei sapeva descrivere. 

Guardava anche ai fiori del villaggio accanto, quelli con le piccole corolle bianche ed anche a quelli viola, che stavano più in basso lungo il canalone, e a quelli dai colori intensi, lassù tra le rocce. Non conosceva il loro nome e avrebbe voluto sapere di loro, andarli a trovare, quasi il suo cuore fosse fatto per abbracciare non solo i fiori del suo villaggio ma volesse arrivare ai molti altri fiori che vedeva sulla parte opposta della valle e anche a quelli sconosciuti dei monti azzurri che si intravedevano lontano quando le giornate erano terse. 

Le api e i tafani volavano liberamente da un fiore all’altro e lei avrebbe voluto poter volare come loro. Loro andavano a cercare i diversi fiori più che altro per succhiare e prendere, mentre lei sarebbe voluta andare a dare, anche se non sapeva che cosa. Ma non poteva muoversi perché i fiori hanno le radici e quelli 

di montagna le hanno ben fisse nel terreno per resistere alle tempeste e alle siccità. 

Gli altri anemoni sembravano contenti di starsene tranquilli nel loro villaggio e non avevano di questi pensieri. Sembrava una pretesa assurda la sua, anche a lei stessa, ma questo era ciò che sentiva e non sapeva spiegarsi come mai avvertisse dentro di se, così forte, questo anelito. 

Una mattina apparve, venendo da non so dove, una grande ed elegante farfalla bianca con le ali filigranate di nero e due diademi d’oro, che volò danzando sopra il villaggio degli anemoni come se cercasse qualche fiore in particolare e poi si posò delicatamente sulla corolla di Ané e chiuse le sue ali come se stesse in attesa. Ané sentì percepì qualcosa di indefinibile, un tocco leggero come un bacio, qualcosa che le ricordava l’infinito del cielo stellato e quello azzurro del giorno. 

Guardava rapita quella farfalla che le sembrava custode di un segreto e sentiva dentro di se una gioia mai provata. Parlò, spinta da un’ inconsueta confidenza, a quella farfalla bianca che non aveva mai visto prima: “Vorrei essere come te, volare di fiore in fiore e portare felicità, come hai fatto tu con me!” 

La farfalla la guardò con tenerezza e poi disse:”Se lo vuoi, anche tu puoi diventare come me! Anch’ io una volta ero un fiore con le radici che mi legavano alla terra, finché un giorno…” 

Ané l’ascoltava attentissima: “La farfalla bianca le avrebbe rivelato il segreto per poter diventare come lei?”. 

“Se vuoi diventare una farfalla, basta che tu apra i tuoi petali verso il cielo e dica una parola, una piccola, breve parola: sì!” 

Ci fu un lungo silenzio, poi la farfalla bianca aprì le sue ali per riprendere il volo. Solo allora Ané si accorse che quelle ali bianche avevano riflessi di tutti i colori. 

“Aspetta, disse Ané, rimani ancora un poco! ”. 

“Noi farfalle non ci possiamo fermare, noi siamo fatte per volare sempre, di fiore in fiore, senza fermarci mai: è questo il nostro compito!”. Dicendo queste parole la farfalla spiccò il volo, sfiorò ancora Ané con una carezza, e poi scomparve volteggiando verso una macchia di rododendri. 

Ané era insieme felice e turbata. Aveva finalmente trovato ciò che da sempre aveva sognato: poter volare di fiore in fiore per farli felici a portare felicità, ma le temeva di non avere il coraggio di lasciare per sempre il villaggio e le sue compagne, di fare una scelta dalla quale non poteva tornare indietro.  

Quella notte non dormì e la mattina dopo, svegliandosi, non dischiuse del tutto i suoi petali dorati nel timore che le sfuggisse inavvertitamente quella parola che avrebbe cambiato la sua vita in modo irreversibile. 

Passarono alcuni giorni. Ané chiudeva sempre più la sua corolla per paura di pronunciare quella parola così importante e decisiva. Da una parte voleva dimenticare l’incontro con la farfalla - troppo le costava lasciare il suo villaggio, i suoi compagni, un futuro tranquillo in mezzo a loro - dall’altra non riusciva a non pensare a ciò che aveva provato il giorno della visita della farfalla bianca e le veniva una struggente nostalgia di quel momento. 

Era sempre più inquieta. Ne parlò con gli altri anemoni più esperti e maturi 

che l’ascoltarono con sufficienza dicendo che erano strane idee. L’unica che la 

comprese fu la più vecchia tra gli anemoni, quella che lei chiamava nonna, e che le suggerì di non farsi guidare dalla paura che è cieca ma dal cuore che vede. 

Allora Ané si decise. Si preparò cercando di rimanere sveglia durante la notte 

in attesa del sole, anche se ad un certo punto si assopì. La mattina dopo si svegliò molto presto. Un nebbione saliva veloce il pendio quasi a voler coprire il cielo, ma quando il sole si levò da dietro la cima del monte squarciando le nubi, Ané si rivolse verso quella luce, aprì la sua corolla quanto più poteva, e pronunciò la piccola grande parola: “sì!” 

Sentì uno strappo: la corolla si era staccata dalla pianta e una lacrima si 

formò sulla sommità del gambo. In quel momento ci fu un fremito sul pendio: 

una folata di vento fece tremare tutti i fiori e le erbe della montagna ma aiutò 

Ané ad alzarsi in volo, ormai trasformata in una leggera farfalla gialla. 

All’inizio fu trasportata in alto dal vento, tanto che le sembrava quasi di toccare il cielo, poi volò con le sue proprie forze, prima scendendo incerta il vallone, poi risalendo più sicura fino alla cresta del monte.  

Passata l’euforia del primo volo, Ané tornò in sé e si ricordò dei fiori che erano rimasti nel prato: era per loro che si era staccata dalla terra ed ora doveva iniziare la sua missione. 

“Da dove cominciare?”. Pensò di volare a fare felici i fiori più soli e dimenticati. 

Entrò in una gola tra le rocce e vide alcuni fiori piccoli e incolori che 

nessuno mai notava. Volteggiò sopra di loro sfiorandoli e lasciando in ognuno 

una goccia di colore, poi volò ancora e trovò una margherita ferita dalla grandine. 

Stette con lei a raccogliere le sue lacrime lasciandole una goccia di consolazione 

e poi si diresse verso delle vecchie genziane appassite che nessuno più guardava. Stette con loro a lungo ascoltando le storie della loro vita passata lasciando ad ognuna una goccia di serenità. 

Nei giorni seguenti si accorse che c’era infelicità anche tra i fiori più vistosi e 

appariscenti: aveva visitato un villaggio di garofani dai colori intensi che tutti 

ammiravano, ma molti di loro non erano contenti e la farfalla passando aveva 

dato loro una goccia di gioia di vivere. Anche una nigritella tutta profumata le 

confidò una sua grande delusione e lei le lasciò una goccia di conforto. 

Le aristocratiche aquilegie azzurre le rovesciarono addosso tutti i loro guai di 

famiglia. Quanta tristezza aveva trovato sotto quei colori smaglianti. Quando 

lasciava questi fiori, molti riprendevano il coraggio di vivere e capivano che 

dovevano guardare di più al cielo e meno alla terra per trovare la felicità. C’era 

anche qualche fiore che la respingeva o la punzecchiava, ma lei non si perdeva di 

coraggio. 

La farfalla gialla sperava sempre di reincontrare nei suoi voli la grande farfalla bianca, invece un giorno trovò un gruppo di farfalline azzurre: stavano tutte insieme su una macchia di umidità della scarpata per rinfrescarsi e riprendere le forze. Era felice e sorpresa di incontrare altre farfalle che vivevano come lei e si posò accanto a loro. Le farfalle azzurre la accolsero con grande gioia. Lei raccontò la sua storia e anche le farfalle azzurre raccontarono le loro. Erano storie diverse ma tutte avevano un momento in comune: l’incontro con la misteriosa farfalla bianca. 

Dopo questi racconti, le farfalle ripresero i loro voli promettendosi di 

ritrovarsi ogni sera per raccontarsi le loro avventure e per riposarsi insieme. 

Passarono le settimane. Ormai era estate inoltrata e la montagna era in 

piena fioritura anche ad alta quota. Tra i fiori si era sparsa la voce di quella farfalla dalle ali d’oro che passando lasciava gocce di felicità e tutti vivevano nell’ attesa di avere una sua visita.  

La farfalla gialla – così tutti la chiamavano - aveva una dote che poche altre avevano: sapeva ascoltare. Non era un comportamento che si era imposto: a lei sembrava di amare ciascun fiore più di tutti e lei lo ascoltava come se in quel momento ci fosse solo quell’unico fiore sui pendii della grande montagna. 

Alcune farfalle cominciarono a dire che era esagerata e una addirittura mise 

in giro delle voci e qualche calunnia per tarparle le ali. La farfalla gialla non avrebbe mai immaginato che una farfalla potesse dire a un’altra di non volare e diventò insicura: volava ancora ma il suo cuore era confuso e pieno d’ amarezza. Cominciò a pensare che forse aveva sbagliato dicendo quel ‘sì’ un giorno. 

Alle volte, di notte, invece di riposare su un sasso intiepidito dal sole del giorno o in una fessura riparata della roccia, usciva e volava nel buio della 

notte. Le sembrava che solo le stelle silenziose la potessero capire: loro volavano 

altissime e sembravano dirle di non cedere allo sconforto, loro che sapevano 

trarre la loro vita proprio dal buio. 

Di giorno continuava i suoi voli e i fiori sorridevano felici solo al vederla apparire. Particolarmente felici erano i fiori più piccoli, i minuscoli nontiscordardime nani, che erano i suoi prediletti e si erano talmente affezionati a lei 

che non la volevano lasciarla ripartire quando andava a trovarli e le gridavano 

dietro: “Non ti scordar di me, non ti scordar di me…!” 

E fu proprio tra loro che un giorno accadde qualcosa che si può solo 

sussurrare agli orecchi. 

Arrivò all’improvviso un’altra farfalla color giallo oro ma con due 

diademi rossi sulle ali. I piccoli fiori, che erano sempre molto vivaci e chiassosi, 

d’un tratto ammutolirono: era troppo grande la sorpresa. Ma la nuova venuta era 

così semplice nei modi e così simile alla farfalla gialla che presero subito confidenza con lei e ognuno voleva farle vedere i suoi piccoli petali o farle sentire il proprio profumo. 

Uno dei più piccoli le si avvicinò e le chiese: “Come mai tu hai quei diademi 

rossi sulle ali?” Anche Ané tese gli orecchi per sentire la risposta ma la farfalla non rispose e chiuse le ali quasi le volesse nascondere. Il piccolo fiore non insistì per avere una risposta: gli bastava stare vicino a lei. 

Dopo un po’ di tempo la farfalla dai diademi color del sangue disse ad 

Ané: “Vieni!” Lei la seguì e cominciò un lungo volo risalendo il gran 

canalone principale della montagna. Si dissero poche parole ma si compresero 

subito, come se si conoscessero da sempre. La farfalla dai punti rossi intuiva ciò 

che passava nel cuore di Ané, di tanto in tanto, ripeteva : “Vieni!” 

Erano arrivate a toccare le nuvole ma non si fermarono e salirono ancora. 

Ané seguiva la farfalla con i punti rossi: mai era volata così in alto ma non sentiva la fatica, anzi più saliva più le si ritempravano le forze. 

Poi, all’improvviso sbucarono dallo strato di nuvole e furono inondate dal 

sole che fece risplendere le loro ali facendole sembrare d’oro. 

Davanti a loro si ergeva il picco della montagna, granitica, coi suoi colori 

contrastanti. Salirono ancora finché arrivarono alla cima. 

“Qui si può venire solo in due o con pochi altri. Solo la grande farfalla bianca  può venire da sola”, disse la farfalla dai diademi rossi. 

Ané sembrava di stare immersa nell’azzurro e che l’azzurro la invadesse tutta, come aveva sempre sognato: era di una felicità mai provata! 

Rimasero lì un po’ di tempo che, dopo, nessuna delle due ricordò più fosse stato lungo o breve: ricordavano solo che era stato un momento di eternità. Ridiscesero verso i fiori in silenzio, senza quasi battere le ali ma facendosi portare 

dall’aria e dal vento. 

Un giorno Ané si attardò volando sopra il laghetto della conca sotto le morene dove le piaceva sostare. Vi andava ogni tanto perché lì c’era tanta pace e 

le piaceva volteggiare tra l’azzurro del lago e quello infinito del cielo. Non si 

accorse che grossi nuvoloni grigio-verdastri si erano accumulati come un mostro 

minaccioso dietro la cima del monte. Si affrettò verso il vallone dove stava il suo 

riparo ma era troppo tardi. Una saetta accese un bagliore seguita all’istante da 

un tuono secco come uno sparo. Il temporale si avvicinava veloce e la farfalla, 

presa dall’affanno e spinta dal vento, perse la giusta direzione e finì in un 

canalone sconosciuto. 

Si aspettava l’acqua che le avrebbe bagnato le ali rendendo il suo volo 

ancora più faticoso, ma l’acqua non venne. Senti invece un colpo lacerante su 

un’ ala e dopo una giravolta su sé stessa subito un altro: era la grandine di cui a 

volte aveva sentito parlare e che era il terrore delle farfalle. 

Riuscì a continuare il volo sbandando a destra e a sinistra potendo utilizzare una sola ala, e, vedendo in basso un cespuglio di rododendro, vi si precipitò per rifugiarsi sotto le sue fronde. Era quasi arrivata, quando sentì un altro colpo sull’ala ancora sana seguito subito da un secondo che la fece stramazzare a terra vicino al rododendro. Riuscì a trascinarsi con le sue zampette sotto il cespuglio e raggiunto un luogo sicuro cadde tramortita a terra. 

Rimase ferma finché non finì il temporale. Sentiva freddo! 

Le sembrava che qualcosa di irrimediabile fosse successo e non aveva il 

coraggio di guardare le sue ali. Venne la notte e lei rimase lì, sveglia, sulla terra 

umida di pioggia e delle sue lacrime. Ma quando il chiarore del nuovo giorno penetrò tra i rami del rododendro, non poté più nascondere a se stessa ciò che temeva: le sue ali avevano entrambe due lacerazioni, due grosse ferite. 

“Non potrò più volare…” pensò con terrore. 

Questa constatazione fu un colpo più forte dei quattro subiti sotto la grandinata e che le lacerò il cuore: che cosa ne sarebbe stato della sua vita ora? 

L’angoscia cominciò a penetrare in lei come una gelida nebbia. 

Aveva lasciato gli anemoni per poter volare, e ora? Non poteva più volare né 

poteva tornare al suo villaggio: cosa ne sarebbe stato di lei? 

Passarono un giorno e una notte e un altro giorno ancora, ma a lei sembrava che un’unica notte fosse calata su di lei e che non sarebbe passata più. 

Cercò di reagire e di rimettersi in piedi ma non riusciva. La prese un languore 

e uno stordimento da cui non riusciva a liberarsi: avrebbe voluto lasciarsi morire. 

Dopo la seconda notte e ancora una volta il sole si alzò, ma non per lei. 

Fu quella mattina che la farfalla dalle ali d’oro punteggiate di rosso le apparve 

all’improvviso accanto. 

Non sembrava sorpresa di trovarla ferita in quel modo e si mise accanto a lei, così vicino da toccarla. Poi la coprì delicatamente con le sue ali come si pone una benda su una ferita. 

Ané mormorò con voce afona la sua avventura ma sembrava che la farfalla 

dai diademi rossi sapesse e disse poche parole per consolarla ma Ané, pur 

sentendo ritornare in lei un po’ di calore, non riusciva a trovare conforto. 

L’angoscia sembrava sommergerla e asfissiare il suo cuore. Terribili dubbi si 

insinuarono nella sua piccola mente come una malefica febbre. Forse era stato 

tutto un sogno il suo volare, una pura illusione l’andare a consolare i fiori… forse 

era stata lei a cercare consolazione ingannando i fiori. Proprio il cielo, che tanto 

amava, l’aveva colpita: “Certo per la mia presunzione… - pensava - La grandine è la voce della sua maledizione !”. 

Ogni tanto Ané era assalita dalla disperazione e riprendeva il suo silenzioso 

pianto. La farfalla dai punti rossi continuava a rassicurarla e, anche se pareva tutto inutile, lei sapeva che doveva solo starle accanto e attendere. 

Anè cercava di ripetere dentro di se quel “sì” detto il primo giorno a quel cielo che lei più non vedeva, ma le sembrava che solo le labbra ripetessero quella parola e l’assaliva il timore di cadere in un altro inganno: “Una farfalla senza le ali cos’ è? Un bruco! Ecco ciò che sono: un verme destinato a strisciare sotto terra!” 

Passò un altro giorno e un'altra notte e ancora un giorno e una notte. Ané rimaneva in quel torpore di malata grave. 

Al primo albore del quinto giorno Ané, che poco riusciva a dormire, si 

accorse che la farfalla dai punti rossi, nel dormiveglia sospirava, e vide che le sue 

ali erano bagnate di lacrime: ”Soffre per me”, pensò, e questo la toccò profondamente facendo sobbalzare il suo cuore che sembrava morto. Per non far soffrire la sua amica decise di rivolgersi al cielo ancora una volta ripetendo quella piccola parola del primo giorno di volo: “sì!”. 

Così facendo sentì che stava succedendo qualcosa di nuovo ma non si accorse subito dello straordinario fenomeno che le capitava. In quei lunghi giorni Ané non aveva più voluto guardare lo sfacelo delle sue ali. Ora invece le osservò e vide che i fori provocati dalla grandine si erano rimarginati e le ferite si stavano trasformando in due bellissimi diademi color sangue, simili a quelli della farfalla che le stava accanto. D’un tratto comprese che l’origine di quel fenomeno era simile per entrambi.  

Provò a battere le ali: forse avrebbe potuto tornare di nuovo volare? 

A quel battito l’altra farfalla si svegliò. Non sembrò sorpresa. Era da giorni che aspettava quell’avvenimento. In quel momento un raggio di sole filtrò tra i rami del rododendro accendendo d’oro le ali delle due farfalle coi loro rubini. 

Ané provava a muovere le ali ma era tutta indolenzita e spossata dalla prova: solo lentamente riprendeva le forze, assalita ancora da paure e scoramenti, e ritornarono anche i dubbi. 

Una notte, trascinandosi, uscì da sotto il rododendro e arrancando salì su 

una pietra umida di guazza. Il cielo era coperto da grandi nuvole che si muovevano veloci e facevano apparire e sparire una pallida e fredda luna. Stette a lungo a guardare in su pensando che si era illusa di poter tornare a volare. Ad un certo momento una folata di vento gelido quasi la fece precipitare dalla pietra. Vide allora, ai piedi della pietra, l’altra farfalla gialla con le ali che tremavano come le sue e che e la guardava in silenzio. Allora un folle pensiero balenò nella sua mente: “Mi farò portare via dal vento così lei penserà che volo e non sarà più angustiata per me!” Rabbrividì. 

Aprì le ali per farsi prendere dal vento e chiuse gli occhi. Sentiva nel suo 

cuore un grande vuoto: non c’erano più rimpianti, non c’erano più desideri. Si 

sentiva leggera. Un nuovo colpo di vento la sollevò in alto facendole fare delle 

paurose giravolte. Spaventata e incredula, si trovò a volare, prima un po’ incerta, poi via via più sicura. Volava nella notte senza vedere nulla, senza sapere dove, ma volava! Volava nella caligine dell’aurora che appena si annunciava ad oriente ma dentro di lei già era sorto il sole. 

Vedendo Ané sparire nel buio, la sua compagna si precipitò dietro di lei. Per 

un po’ pensò di averla persa di vista ma poi la rivide: Ané volava! La raggiunse e 

poi, insieme, fecero un lungo volo finché non si alzò il sole. Era un volo così giocondo e felice che un gruppo di genziane, osservandole, pensarono che fossero un po’ ebbre per aver inalato il profumo delle nigritelle. 

Da quella mattina Ané riprese i suoi voli e tornò a trovare i fiori che furono 

felici di rivederla dopo tanto tempo e, notando le sue ali coi diademi, le chiesero 

dove avesse trovato quei rubini color del sangue ma lei non rispondeva: sentiva 

che era qualcosa di cui non si poteva parlare. 

Le due farfalle dalle ali d’oro coi rubini ogni tanto si vedevano, poi ognuna 

correva a fare il giro dei propri fiori. Un giorno, su un vasto prato del fondo valle, 

Ané vide da lontano una grande farfalla bianca. Trasalì constatando: ”E’ lei!”. 

Si precipitò verso la grande farfalla e quando si riconobbero si salutarono 

facendo girotondi di felicità. Poi si alzarono in alto per parlare. Ané raccontò del 

suo “sì”, dei suoi voli e delle sue scoperte… Poi le raccontò della grandinata. La farfalla bianca sorrideva comprensiva. 

“Anche se tu non lo sapevi – disse - io ti osservavo da lontano! Io so tutto di te e ti 

capisco. La grandinata era necessaria, ora lo comprendi anche tu. Sono molto 

contenta di te Ané !”. 

Ad Ané mancavano le parole per dire ciò che provava. La farfalla bianca le si 

avvicinò fino a sfiorarla e poi disse solamente: “Vieni con me!” e le due farfalle si 

alzarono in volo senza più parlare. 

Volarono risalendo il pendio e tutti i fiori le videro volteggiare come in una 

danza. Gli eleganti gigli martagani approvarono con un leggero 

movimento dello stelo, gli esili piumini rotondi guardarono incuriositi, le 

infreddolite campanule barbate si strinsero tra loro osservandole, e le austere stelle alpine si sporsero sull’abisso per ammirare quella danza. 

Quando le due farfalle sparirono ai loro occhi, avvenne qualcosa di sorprendente: tutti i fiori cominciarono a guardarsi tra loro, a voltarsi da una parte e dall’altra per salutarsi approfittando del vento e lungo il pendio si sentiva un mormorio, come se tutti avessero cominciato a dirsi parole piene di gentilezza e di attenzione uno verso l’altro. 

Ané e la grande farfalla bianca erano lontane lungo altri pendii e valloni in un instancabile volo per non lasciare nessun fiore da solo.  

Lontano, lungo alti pendii e profondi valloni, Ané e la grande Farfalla Bianca volavano senza sosta spinte dal desiderio di non lasciare nessun fiore da solo.  

 

* * * 

2004  - Racconto di Walter Kostner